Trust: il nuovo corso della Cassazione

Aggiornato il: 20 gen 2019

Commento a Cassazione nn. 31445-31446/2018; 734/2019; 1131/2019 - di Thomas Tassani





1. Le sentenze di dicembre e gennaio


Negli ultimi due mesi sono state pubblicate 4 sentenze della Corte di Cassazione in materia di

trust e imposte sui trasferimenti di ricchezza, che delineano un "nuovo corso" interpretativo connotato sia da luci sia, forse soprattutto, da ombre.

Nelle ordinanze “gemelle” nn. 31445/2018 e 31446/2018 del 5/12/2018 si trattava di trust onerosi: nella prima, di un trust di tipo solutorio, in cui era stato segregato il patrimonio immobiliare dei disponenti, “con lo scopo di destinare il ricavato della (eventuale) vendita dei beni alla soddisfazione dei creditori della società”, prevedendosi che, “una volta realizzato tale obiettivo, il trustee sarebbe stato tenuto a restituire in loro favore i beni”; nella seconda, di un trust auto-dichiarato avente lo scopo di “rafforzare la garanzia già prestata... a favore di alcuni istituti bancari”, ma con l’ulteriore obbligo di “destinare l’eventuale attivo residuato al soddisfacimento dei bisogni e delle esigenze della famiglia della disponente” e la previsione della possibile attribuzione del residuo agli eredi legittimi in caso di decesso della disponente.

L'ordinanza n.734 del 15/1/2019 aveva ad oggetto un trust liberale, in cui erano stati segregati taluni beni immobili e con possibili beneficiari lo stesso disponente e/o parenti fino al quarto grado "sulla base di una serie di eventi futuri ed incerti".

Con la ordinanza n. 1131 del 17/1/2019, la Corte si pronuncia in merito ad un trust di scopo, istituito da una serie di soggetti, pubblici e privati, per provvedere alla manutenzione ordinaria e straordinaria ed allo sviluppo di un aeroporto.


2. La [dichiarata] "neutralità" del trasferimento iniziale in trust


Con le ordinanze di dicembre e la n. 734/2019, la Suprema Corte si allinea all’indirizzo, che viene valutato come “prevalente”, secondo cui il trasferimento dal disponente al trustee non è idoneo a determinare effetti traslativi fiscalmente rilevanti, data la natura solo transitoria e strumentale del trasferimento medesimo, che non esprimerebbe alcuna capacità contributiva.

La Corte riconduce a tale orientamento la sentenza n. 21614/2016 e quelle pronunce relative a fattispecie precedenti alla reintroduzione dell’imposta sulle successioni e donazioni (Cass., Sez. trib., 18 dicembre 2015, nn. 25478, 25479 e 25480; Cass., Sez. trib., 17 gennaio 2018, n. 975).

In questo senso la Corte, come già fatto nella sentenza n. 13626/2018, mostra di voler abbandonare del tutto la prospettiva di un’imposta gravante sul mero vincolo di destinazione (c.d. imposta sul vincolo).

Si riconosce che l’intento del legislatore, attraverso l’inclusione della costituzione dei vincoli di destinazione nel presupposto impositivo del tributo successorio e donativo, non era quello di disegnare un nuovo tributo, bensì di evitare che un’interpretazione restrittiva potesse dar luogo a “nessuna imposizione” qualora il trasferimento di beni e diritti fosse stato collocato all’interno di una struttura negoziale destinatoria.

Alla luce di simile intentio legis, diviene per la Corte naturale qualificare i trust, e in genere i negozi di destinazione patrimoniale, secondo le regole proprie dell’imposta sulle successioni e donazioni, quindi, attribuendo rilievo a quegli “effetti traslativi collegati al trasferimento di beni e diritti, che realizzano un incremento stabile, misurabile in moneta, di un dato patrimonio con correlato decremento di un altro”.

Anche nella ordinanza n. 1131/2019 si legge che il Collegio ritiene "di dover dare continuità al più recente orientamento" dal quale deriva, mediante una lettura "costituzionalmente orientata" che "il conferimento di beni e diritti in trust non integra di per sè un trasferimento imponibile e, quindi, rappresenta un atto generalmente neutro".


3. La possibile rilevanza impositiva iniziale


Simili premesse teoriche non inducono però la Corte ad affermare la generalizzata irrilevanza impositiva (ai fini della tassazione proporzionale) dell'atto traslativo/segregativo in trust se non, come vedremo, per l'ipotesi del trust auto-dichiarato.

Infatti, la Suprema Corte richiama i principi espressi nella sentenza n. 13626/2018, in cui è stata riconosciuta la presenza di un effetto traslativo, rilevante ai fini dell’imposizione proporzionale, nel passaggio dei beni dal disponente al trustee, “sebbene funzionale al successivo ed eventuale trasferimento della proprietà dei beni vincolati ai soggetti beneficiari”.

Si legge nelle ordinanze che “allorquando il beneficiario sia unico e ben individuato”, “ed il negozio costitutivo non preveda, neppure in via subordinata, il ritorno dei beni in capo al settlor, l’operazione dismissiva evidenzi ... una reale volontà di trasferimento, con conseguente applicabilità immediata dell’aliquota di volta in volta prevista”.

Vi sarebbero, dunque, delle ipotesi in cui il trasferimento dal disponente al trustee, normalmente di “natura transitoria” e che “non esprime alcuna capacità contributiva”, diventa invece idoneo ad integrare la fattispecie impositiva, esprimendo caratteri (traslativi) definitivi anziché temporanei.

Ipotesi che non potrebbero sicuramente essere quelle dei trust auto-dichiarati, dato che la Corte (come già nella sentenza n. 13626/2018) mostra di considerare sempre neutrale la segregazione non accompagnata dal trasferimento di beni dal disponente al trustee (trasferimento che presuppone l'alterità di ordine soggettivo).

Questa osservazione è sicuramente importante sul piano applicativo, data la prassi di taluni uffici dell'Agenzia delle Entrate di riprendere a tassazione proporzionale anche le fattispecie di auto-destinazione patrimoniale.

Al di là dei trust auto-dichiarati, rimanevano (e in buona parte rimangono) avvolti nell'oscurità i criteri in base ai quali distinguere tra trust immediatamente traslativi ai fini fiscali (e quindi assoggettati ad imposizione proporzionale) e trust non traslativi, quindi neutri e destinati ad imposizione fissa nel momento iniziale.

Commentando in altra sede le ordinanze di dicembre avevamo ipotizzato un approccio di tipo antievasivo da parte della Corte, che probabilmente pensava ad utilizzi abusivi di strutture segregative, in cui il disponente, attraverso il trasferimento iniziale, intende realizzare (prevalentemente o anche solo in parte) lo scopo di arricchire lo stesso trustee, cui rimane definitivamente attribuito in tutto o in parte il trust fund.


4. Trust non liberali e fattispecie definitivamente traslative

Questa possibile dimensione antievasiva sembra poter essere confermata in rapporto alle ipotesi di trust non liberali, rispetto alle quali le ordinanze più recenti della Corte disegnano (o così a noi pare) una residualità dell'imposizione proporzionale iniziale.

Nelle ordinanze di dicembre 2018, si conclude che “nella specie non è sostenibile che i contraenti vollero il reale trasferimento degli immobili al trustee” (trust solutorio) e che “nella specie non sono allo stato individuabili i reali beneficiari dell’operazione” (trust auto-dichiarato di garanzia).

Nella ordinanza n. 1131/2019 è stato confermato che il trasferimento inizale non è fiscalmente rilevante nei limiti in cui non evidenzia un arricchimento di un soggetto, che non può essere il trustee del trust di scopo (non liberale).

Dal punto di vista concettuale, tuttavia, occorre sottolineare come l'estraneità dei trust in oggetto dall'ambito applicativo del tributo successorio e donativo dipenda proprio dalla natura onerosa (o, comunque, non gratuita e non liberale) del trust medesimo.

Inoltre, se davvero la penna della Corte risulta guidata da una preoccupazione antievasiva, qualora vi siano strutture negoziali fittizie nemmeno si potrebbe parlare di trust, secondo il modello della Convenzione de L’Aja del 1° luglio 1985. Per queste, la reazione dell’ordinamento dovrebbe essere più propriamente quella del non riconoscimento del negozio giuridico trust, con diversa qualificazione negoziale e conseguente trattamento fiscale.


5. Trust liberali e fattispecie definitivamente traslative

Ben più preoccupante è l'applicazione che la Corte fa del criterio della immediata portata traslativa in rapporto ai trust liberali nella ordinanza n. 734/2019.

Nel caso in oggetto, la sentenza impugnata della CTR aveva attribuito rilievo alla circostanza che i beneficiari non erano individuabili al momento della istituzione del trust, la determinazione degli stessi (all'interno di una rosa di "potenziali" beneficiari) dipendeva da una serie di "eventi futuri e incerti" negozialmente previsti.

Orbene, dato l'articolato ragionamento giuridico svolto nella stessa ordinanza e la necessità di distinguere tra effetti traslativi temporanei ed effetti definitivi, ci si sarebbe aspettati che la Corte considerasse la segregazione iniziale come neutrale.

Non solo perchè l'effettiva attribuzione ai beneficiari (scopo del trust) si sarebbe realizzata in futuro ma anche perchè, al momento della costituzione del trust, non vi era una sicura determinazione dei beneficiari stessi.

L'ordinanza giunge invece alla [sorprendente] conclusione per cui "nella specie i contraenti vollero il reale trasferimento degli immobili al trustee e, quindi, il reale arricchimento dei beneficiari, non prevedendo in alcun modo un eventuale rientro dei cespiti in capo al disponente", applicando l'aliquota del 6% (perchè i beneficiari potenziali potevano essere parenti fino al quarto grado) al trasferimento dal disponete al trustee.


6. Impatti applicativi

L'unica chiara conclusione che è possibile trarre dall'esaminato "nuovo corso" della Cassazione è quella della imposizione fissa (registro, ipo-catastali) per i trust auto-dichiarati.

Per i trust non auto-dichiarati, invece, parrebbe doversi distinguere tra trust liberali e trust non liberali.

Per questi secondi l'imposizione fissa iniziale è collegata ad una generalizzata neutralità dell'atto traslativo-segregativo che potrebbe venire meno solo in circostanza eccezionali e probabilmente di simulazione/evasione. Se fosse confermato (ma il "se" è d'obbligo) questo approccio, risulterebbe ribaltato l'orientamento della prassi amministrativa che invece ritiene sempre applicabile la tassazione proporzionale (dell'8% nel tributo successorio e donativo) alla costituzione di simili trust.

Per i trust liberali, invece, l'imposizione immediata e proporzionale risulterebbe ricollegabile alla mera previsione di un futuro beneficiario (anche solo potenziale e non definito) con, a ben vedere, una riedizione (sotto mentite spoglie) della tesi dell'imposta sul vincolo.




Thomas Tassani - Avvocato e Professore Ordinario di Diritto Tributario nell' Università di Bologna

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