Trust: tassazione dell'atto istitutivo e dell'atto di dotazione

Aggiornato il: gen 25

Commento a Corte di Cassazione n. 27410 dell'1/12/2020 - di Antonella Sebastiano

1. Il caso


La Corte di Cassazione nella recente ordinanza dell’1 dicembre 2020 n. 27410 è tornata ad occuparsi del regime impositivo applicabile, ai fini delle imposte indirette, agli atti istitutivi e dispositivi di beni in trust e, in particolare, nel caso in cui si verta in ipotesi di c.d. trust auto-dichiarato, ossia qualora il disponente e il trustee coincidano.

Infatti, la Suprema Corte afferma che l’atto traslativo di beni in trust, in quanto strumentale all’effetto di segregazione, non comporta alcun effettivo incremento patrimoniale né in capo al disponente né in capo al trustee e, pertanto, non è assoggettato all’imposta sulla successione e donazione, bensì alle sole imposte di registro e ipocatastale in misura fissa, assumendo rilevanza fiscale in tal senso il solo atto di attribuzione finale ai beneficiari.

La controversia esaminata dagli Ermellini si origina dall’impugnazione da parte di Tizio, in qualità di notaio rogante, dell’avviso di liquidazione emanato dall’Agenzia delle Entrate al fine di recuperare l’imposta proporzionale di successione e donazione, nonché l’imposta di bollo, gravanti sull’atto di dotazione di beni in trust. Detto atto era stato assoggettato alla sola imposta di registro in misura fissa.

Nel caso di specie, Caio aveva istituito un trust auto-dichiarato, nominando sé stesso come trustee, al fine provvedere al sostentamento e al futuro dei beneficiari, individuati nella madre Sempronia e in Mevia, altro soggetto. L’Agenzia delle Entrate aveva escluso da imposizione il trasferimento in favore della madre, parente in linea retta, operando la franchigia di un milione di euro e aveva applicato l’imposta di successione e donazione, con aliquota dell’8%, al solo imponibile relativo ai beni segregati in favore di Mevia, in quanto tra questa e il disponente non intercorreva alcun rapporto di parentela.

Sia la Commissione Tributaria Provinciale sia la Commissione Tributaria Regionale hanno rigettato, in primo e in secondo grado, le tesi sostenute dall’Ufficio, confermando l’applicazione dell’imposta di registro e ipocatastale in misura fissa; pertanto, l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per Cassazione, contestando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2, comma 47, del D.L. del 3 ottobre 2006, n. 262, convertito in l. del 24 novembre 2006, n. 286, per avere la sentenza impugnata interpretato in senso non conforme la predetta norma, la quale – secondo la (non condivisibile) impostazione dell’Ufficio – oltre ad aver reintrodotto nell’ordinamento giuridico italiano l’imposta sulle successioni e donazioni, ne ha, altresì, esteso l’ambito di applicazione alla costituzione di vincoli di destinazione.


2. L’obsoleto orientamento della prassi amministrativa


La tesi posta dall’Amministrazione Finanziaria a fondamento dell’unico motivo del ricorso e che l’Ufficio pare non voler abbandonare (a tal proposito, vedasi la risposta a interpello del 10 settembre 2019, n. 371), è quella della tassazione immediata del trust.

L’Agenzia delle Entrate, infatti, con le circolari n. 48/E del 6 agosto 2007 e n. 3/E del 22 gennaio 2008, aveva definito il proprio orientamento in materia, chiarendo che il momento impositivo rilevante ai fini dell’applicazione dell’imposta proporzionale sulle successioni e donazioni fosse l’atto di segregazione dei beni nel trust fund e che ogni successiva attribuzione ai beneficiari risultasse, invece, fiscalmente irrilevante. Il trasferimento di ricchezza colpito dal tributo, dunque, sarebbe quello che si verifica in occasione della segregazione del patrimonio, ossia in occasione del trasferimento dal disponente al trustee.

Più in generale, l’Agenzia delle Entrate sostiene che l’atto traslativo di beni in trust sia l’unico idoneo a realizzare il presupposto per l’imposizione in misura proporzionale nei diversi tributi indiretti: successione e donazione, registro, ipotecaria e catastale.

Tale tesi trae il proprio fondamento dalla novella legislativa dell’art. 2, comma 47, D.L. 3 ottobre 2006, n. 262, convertito in l. 24 novembre 2006, n. 286 che ha ripristinato l’imposta sulle successioni e donazioni, disciplinata dal D.Lgs. 346/1990, estendendone l’ambito di operatività alla “costituzione di vincoli di destinazione”. L’Agenzia delle Entrate, infatti, prendendo le mosse da un’interpretazione letterale della citata novella, sostiene che l’intenzione del legislatore sia stata quella di istituire una nuova e autonoma imposta gravante sulla costituzione del vincolo di destinazione, avente come presupposto la loro mera costituzione.

L’Ufficio sostiene che, essendo il trust contraddistinto da un’unica causa fiduciaria che ne caratterizza tutti i momenti strutturali, il negozio attributivo dei beni rilevi ai fini dell’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni in virtù della natura patrimoniale del conferimento, nonché dell’effetto segregativo che esso produce sui beni conferiti in trust, indipendentemente sia da un effettivo trasferimento di ricchezza sia da un trasferimento formale della proprietà e, pertanto, anche laddove il disponente assuma le vesti di trustee, come accade per il c.d. trust auto-dichiarato, come nel caso dell’ordinanza in commento.

Giova ricordare che la tesi della c.d. “imposta sul vincolo” aveva goduto di un iniziale supporto dalla stessa giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., Sez. VI, 24 febbraio 2015, n. 3735; Cass., Sez. VI, 24 febbraio 2015, n. 3737; Cass., Sez. VI, 25 febbraio 2015, n. 3886; Cass., Sez. VI, 7 marzo 2016, n. 4482), la quale, basandosi sull’assunto per cui il legislatore avesse inteso introdurre una nuova e autonoma imposta sulla costituzione dei vincoli di destinazione, aveva individuato il presupposto del tributo nella “predisposizione del programma di funzionalizzazione del diritto al perseguimento degli obiettivi voluti”, in quanto l’oggetto dell’imposizione sarebbe consistito nella “utilità economica della quale il disponente, destinando, dispone”, così da far gravare il peso del prelievo proprio su tale utilità.


3. Le censure e la decisione della Corte di Cassazione


La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’Ufficio chiarendo che, come correttamente rilevato dalla Commissione Tributaria Regionale, sia l’atto di istituzione che l’atto di dotazione patrimoniale del trust sono atti meramente strumentali all’apposizione di un vincolo di destinazione sul patrimonio del disponente e, non comportando alcun reale trasferimento di beni – tanto più quando vi è coincidenza tra disponente e trustee - non sono assoggettati all’imposta sulle successioni e donazioni, ma alle sole imposte di registro e ipocatastali in misura fissa.

L’iter logico-argomentativo seguito dai giudici di legittimità evidenzia una serie di criticità della tesi sostenuta dall’Agenzia delle Entrate, che portano la Corte di Cassazione, ancora una volta, ad aderire al consolidato orientamento giurisprudenziale che privilegia la tesi della c.d. tassazione “in uscita” dei trust (ex multis, Cass., Sez. V, 16 dicembre 2020, n. 28796; Cass., Sez. V, 2 novembre 2020, n. 24325; Cass., Sez. V, 29 maggio 2020, n. 10256; Cass., Sez. V, 17 luglio 2019, n. 19167; Cass., Sez. V, 7 giugno 2019, n. 15451).

In primo luogo, la Suprema Corte precisa che la costituzione di vincoli di destinazione su determinati beni non rappresenti un autonomo presupposto impositivo ai fini dell’applicabilità dell’imposta sulle successioni e donazioni. Infatti, seppure il trust sia certamente da annoverare tra gli atti di costituzione di vincoli di destinazione di cui all’art. 2, comma 47, D.L. del 3 ottobre 2006, n. 262 (cfr. Cass., Sez. V, 17 gennaio 2019, n. 1131), ciò non è sufficiente a legittimare il prelievo erariale, in quanto “la sola apposizione del vincolo in sé non comporta un incremento patrimoniale significativo ovvero un reale trasferimento di ricchezza”. L’unico effetto che la costituzione del trust determina è la segregazione dei beni in esso conferiti rispetto al patrimonio del disponente. Il trustee non riceve alcun arricchimento patrimoniale, in quanto non acquista la piena titolarità dei beni, ma è tenuto solo ad amministrarli, in base al programma negoziale di donazione indiretta stabilito dal disponente, in vista del futuro trasferimento ai beneficiari.

Invero, presupposto del tributo è l’incremento patrimoniale che si produce in capo ad un soggetto in seguito a fattispecie traslative non onerose e, pertanto, ai fini dell’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni è necessario che il trasferimento di ricchezza mediante attribuzione patrimoniale sia effettivo, stabile e non meramente strumentale (cfr. Cass., sez. V, 18 luglio 2019, n. 19319; Cass., sez. V, 18 luglio 2019, n. 19310; Cass., sez. V, 7 giugno 2019, n. 15456).

Ne consegue che essa non trovi applicazione per gli atti istitutivi e di dotazione del trust, in quanto difetta lo stesso presupposto impositivo, ossia l’incremento patrimoniale, non provocando il momento attributivo di beni in trust alcun reale arricchimento in capo al trustee, proprietario esclusivamente ai fini della gestione e non ai fini del godimento.

La pronuncia in commento evidenzia l’assenza del presupposto impositivo della liberalità, consistente in “un reale arricchimento mediante un effettivo trasferimento di beni e diritti” e, dunque, l’assenza dell’oggetto dell’imposta di cui all’art. 1 del D.Lgs. n. 346/1990. È questo, infatti, il presupposto d’imposta della reintrodotta imposta sulle successioni e donazioni, mentre è da escludere l’assunto – prospettato dall’Agenzia delle Entrate – secondo cui il legislatore avrebbe inteso costituire una nuova e autonoma imposta sui vincoli di destinazione, avente come presupposto la loro mera costituzione.

Per i giudici di legittimità l’intentio legis è, invece, quella di evitare che un’interpretazione restrittiva della disposizione normativa dell’art. 2, comma 47, D.L. 3 ottobre 2006, n. 262 impedisca di attribuire rilievo fiscale a quelle ipotesi in cui si verifichi un effettivo trasferimento di beni e diritti, perché ricondotto in una fattispecie di recente introduzione come quella dei vincoli di destinazione, non considerata dal D.Lgs. n. 346/1990.

Siffatta interpretazione è l’unica costituzionalmente orientata, in quanto le argomentazioni prospettate dall’Ufficio contrastano il principio di capacità contributiva, costituzionalmente garantito dall’art. 53 Cost., il quale postula sempre il collegamento tra il presupposto d’imposta e i c.d. fatti-indice, ossia fatti e situazioni espressivi di una posizione di vantaggio economicamente rilevante (cfr. Corte Cost., ordinanza 28 novembre 2008, n. 394)

L’utilità che l’apposizione del vincolo permette di perseguire è soltanto quella di segregare una parte di beni all’interno del patrimonio del disponente, affidandoli transitoriamente e formalmente alla gestione del trustee, ma essa non si concretizza in nessun effettivo incremento patrimoniale. Solo quest’ultimo è indice di una forza economica effettiva che permette di far emergere una specifica capacità contributiva ai sensi dell’art. 53 Cost.

Tale indice di ricchezza si manifesta solo quando il trust abbia attuato la propria funzione, ossia al momento di trasferimento dei beni al beneficiario. L’atto istitutivo e di dotazione del trust, infatti, sono meramente strumentali a tal fine e, non determinando nessun effetto traslativo, sono fiscalmente neutri (cfr. Cass., Sez. V, 12 settembre 2019, n. 22756; Cass., sez. V, 21 giugno 2019, n. 16700; Cass., Sez. V, 17 gennaio 2018, n. 975).

L’assenza del reale arricchimento, inoltre, è ancora più evidente laddove si tratti di trust auto-dichiarato, in quanto il vincolo viene apposto su di un patrimonio che rimane in capo allo stesso soggetto, venendo il trasferimento patrimoniale intersoggettivo (cfr. Cass., sez. V, 21 giugno 2019, n. 16699). Infatti, come la stessa CTR a quo ha rilevato, vero è che “il disponente non attua alcun trasferimento ad un terzo soggetto, ma si limita ad apporre un vincolo di destinazione su alcuni suoi beni, separandoli dal restante suo patrimonio. La segregazione, quindi, si verifica all'interno del patrimonio del disponente stesso, non comportando alcun trasferimento di beni, tanto più quando, come nel caso di specie, vi è coincidenza tra disponente e trustee” (CTR Campania Napoli, Sez. XXVIII, sent. 24 maggio 2017, n. 4710)

Alla luce di quanto prospettato dalla Suprema Corte, si può ritenere che un presupposto di imposta basato sulla mera costituzione di un vincolo di destinazione sul patrimonio non sembra in grado, di per sé, di far emergere una forza economica nuova, essendo necessario ai fini dell’applicabilità dell’imposta sulle successioni e donazioni che il trasferimento di beni e diritti realizzi un incremento stabile, misurabile in moneta, di un dato patrimonio, con correlato decremento di un altro (cfr. Cass., sez. V, 30 maggio 2018, n. 13626).

Sulla base di tali rilievi critici, l’ordinanza in commento giunge alla conclusione secondo cui l’atto istitutivo di trust e l’atto di dotazione di beni in trust non sono assoggettati all’imposta sulle successioni e donazioni, bensì alla sola tassazione in misura fissa, sia per quanto attiene all’imposta di registro che alle imposte ipocatastali (cfr. Cass., sez. V, 23 aprile 2020, n. 8082).

L’imposta proporzionale di donazione e successione sarebbe, invece, dovuta solo al momento dell’effettivo trasferimento dei beni ai beneficiari e, cioè, quando avviene l’effettivo arricchimento di questi ultimi, unico indice di una forza economica effettiva, che ne perfeziona il presupposto impositivo.

Il momento iniziale in cui il disponente trasferisce al trustee i beni oggetto del trust fund, pertanto, essendo meramente strumentale al raggiungimento degli interessi in funzione dei quali il vincolo di destinazione del patrimonio è posto, è del tutto irrilevante ai fini dell’applicabilità dell’imposta de qua.


4. Conclusioni


La pronuncia in commento si inserisce nel cospicuo filone giurisprudenziale che ritiene irrilevante l’atto traslativo di beni in trust ai fini dell’imposizione proporzionale, essendo questa differita al successivo momento di trasferimento di beni al beneficiario.

I giudici di legittimità, infatti, tornano a ribadire quei principi, ormai consolidatisi, in materia di imposizione indiretta cui il trust sarebbero assoggettato. Essi, infatti, dopo aver inizialmente avallato, nel 2015, l’orientamento che l’Amministrazione finanziaria tutt’oggi continua a ribadire, hanno ormai definitivamente superato la tesi c.d. della “imposta sul vincolo”, operando un iniziale revirement (cfr. Cass. civ., Sez. V, 26 ottobre 2016 n. 21614; Cass. civ., Sez. V, 17 gennaio 2019, n. 1131) e superando, altresì, quella che in dottrina è stata definita “terza via interpretativa” (sul punto, vedasi “Trust: il nuovo corso della Cassazione”, di Thomas Tassani https://www.fiscalitapatrimoniale.info/post/trustnuovocorsocassazione).

È auspicabile, pertanto, che l’Amministrazione finanziaria ne prenda definitivamente atto e muti il suo orientamento, anche per ragioni di economia processuale.

In caso contrario, oltre a sostenere una tesi dalla dubbia conformità al dettato costituzionale di cui all’art. 53 Cost., l’Agenzia delle Entrate, continuando a sottoporre alla imposta di successione e donazioni l’atto traslativo di beni in trust, parrebbe ignorare la stessa ratio che sottende tale istituto, individuabile non in un immediato trasferimento di beni, ma in una temporanea segregazione di essi in vista di un loro futuro trasferimento in favore di determinati soggetti.


di Antonella Sebastiano - Dottore in Giurisprudenza Università di Bologna Alma Mater


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