Trust e imposte sui trasferimenti: orientamento "definitivo" della Cassazione?

di Thomas Tassani


1. Il nuovo scenario interpretativo in tema di vincoli di destinazione delineato dalla Corte di Cassazione


La Sezione Tributaria della Corte di Cassazione si è recentemente espressa sul tema della tassazione dei trust con una serie di sentenze, “riunite” nell’udienza dell’8 maggio 2019.

Si fa riferimento alle sentenze nn. 15451/15453/15455/15456 del 7/6/2019; nn. 16699/16700/16701/16702/16703/16704/16705 del 21/6/2019; n. 19167 del 17/7/2019; n. 19319 del 18/7/2019.

Le sentenze citate sono tali da costituire un unitario e (almeno nelle intenzioni della Corte) definitivo indirizzo della giurisprudenza di legittimità riguardo alla imposizione nei tributi sui trasferimenti di ricchezza dei negozi di destinazione e di separazione/segregazione patrimoniale (trust, atti di destinazione ex 2645 ter c.c., fondo patrimoniale, contratti di affidamento fiduciario, ecc.).


2. L’imposizione solo fissa per l’atto segregativo e/o traslativo di beni in trust


Il primo passaggio fondamentale contenuto nelle sentenze in commento riguarda l’inidoneità dell’atto segregativo/traslativo di beni in trust ad essere presupposto per l’imposizione proporzionale nei diversi tributi: successione e donazione; registro; ipotecaria e catastale.

Secondo la Corte, la creazione di un “nuovo regime giuridico” conseguente all’apposizione del vincolo di destinazione non può comportare, “di per sé, incremento patrimoniale significativo di un reale trasferimento di ricchezza”.

Se l’apposizione del vincolo (e la costruzione di un regime giuridico nuovo sui beni che ne sono oggetto) esprime una sicura utilità per il disponente rappresentata dalla “separatezza dei beni”, simile utilità però “non concreta di per sé alcun effettivo e definitivo incremento patrimoniale in capo al disponente e nemmeno al trustee”.

Per il disponente, infatti, si determina una “autorestrizione” del potere di disposizione mediante segregazione; per il trustee, inoltre, l’attribuzione è “meramente formale, transitoria, vincolata e strumentale”.

In altri termini, le peculiarità dello statuto giuridico dei beni oggetto di trasferimento e contestuale apposizione del vincolo sono tali da ritenere che, sicuramente ai fini fiscali, non si tratti di un trasferimento effettivo e stabile, ossia di un atto idoneo ad esprimere una forza economica in capo ai soggetti coinvolti.

La fase istitutiva del trust, destinatoria e/o traslativa, assume in questo modo una generale irrilevanza, ai fini dell’imposizione proporzionale, in tutti i tributi sui trasferimenti di ricchezza. Ciò vale in relazione ai trust autodichiarati e non; con beneficiari o di scopo; liberali/gratuiti o onerosi.

Si legge nella sentenza n. 16699/2019 che il regime di tassazione dell’atto traslativo iniziale non è quello dell’art. 1 Tariffa parte I Dpr n. 131/1986, né dell’art. 9, né dell’art. 3, ma “va individuato nella categoria residuale disciplinata dall’art. 11 della tariffa stessa, con conseguente applicabilità dell’imposta in misura fissa”.

Si determina così il definitivo superamento della tesi c.d. dell’”imposta sul vincolo” (Corte di Cassazione, nn. 3735, 3737 e 3886 del 4/2/2015; n. 4482 del 7/3/2016), già messa fortemente in discussione dal 2016 in poi (soprattutto dalle sent. della Corte di Cassazione n. 21614 del 26/10/2016 e n. 1131 del 17/1/2019).


3. L’imposizione proporzionale per le attribuzioni “finali” ai beneficiari


Il secondo passaggio fondamentale è rappresentato dal principio secondo cui “in ogni tipologia di trust, l’imposta proporzionale non andrà anticipata né all’atto istitutivo né a quello di dotazione, bensì riferita a quello di sua attuazione e compimento mediante trasferimento finale del bene al beneficiario”.

L’espressione “trasferimento finale” deve a nostro avviso essere intesa come riferibile a tutte quelle attribuzioni realizzate, nel corso della vita del trust e/o al termine dello stesso, dal trustee al beneficiario (o ai diversi beneficiari), da cui derivano incrementi patrimoniali a favore di quest’ultimo.


Per i trust liberali o gratuiti, la cui finalità è di realizzare l’arricchimento di uno o più soggetti (durante la vita e/o al termine del trust), la fattispecie impositiva del tributo successorio e donativo (e, nel caso di immobili, delle imposte ipo-catastali) si deve allora considerare realizzata con riferimento a (e nel momento di) ogni singola attribuzione beneficiaria. Il soggetto passivo del tributo sarà conseguentemente lo stesso beneficiario, dovendosi comunque valorizzare (anche se questo la Corte non lo dice) il rapporto personale con il disponente (e non con il trustee) per applicare franchigie ed aliquote.


Per i trust onerosi (e, anche, i trust di scopo), in cui non vi è la presenza di beneficiari in senso proprio (ed in cui, quindi, non vi è alcun “trasferimento finale”), la mancata applicazione del tributo successorio e donativo in misura proporzionale non determina alcun salto d’imposta, dato che eventuali successivi atti onerosi (si pensi alle vendite dei beni segregati nei trust liquidatori) saranno assoggettati ad imposta (registro o Iva, ipo-catastali) secondo le regole ordinarie.

Nella sentenza n. 19167/2019, la Corte correttamente nota come nei trust solutori “non vi è un arricchimento dei creditori che pur se indicati come beneficiari (come nel caso di specie) ricevono solo ciò che è di loro spettanza, con la liquidazione di una posta attiva che già appartiene al loro patrimonio”. Anche la sentenza n. 16699/2019 si sofferma sulla fattispecie del trust “liquidatorio solvendi causa”, rilevando come non possa “assurgere a espressione di ricchezza imponibile né l’assegnazione-dotazione di taluni beni alla liquidazione del trustee in funzione solutoria e nemmeno, in tal caso, la ripartizione del ricavato ai beneficiari a dovuta soddisfazione dei loro crediti”.


La Corte afferma inoltre che in nessun caso il modello di imposizione proporzionale differita ed eventuale può essere derogato, in questo senso superando quella “terza via interpretativa” desumibile invece da alcuni precedenti della stessa Sezione Tributaria.

In talune pronunce, infatti, la Corte aveva riconosciuto la possibilità che vi possano essere casi (di trust onerosi e non), benchè marginali, in cui il trasferimento iniziale sia autonomamente idoneo a fare emergere un “reale” trasferimento ed arricchimento.

Nella ordinanza n. 734/2019 si trattava di un trust liberale, nella sentenza n. 13626/2018 e nella ordinanza n. 31445/2018 di un trust solutorio, nella ordinanza n. 31446/2018 di un trust autodichiarato di garanzia. Peraltro, nelle ultime due ordinanze, la Corte, pur dichiarando la possibilità della tassazione immediata collegata ad un (alquanto fumoso) “reale arricchimento”, l’ha esclusa nelle controversie esaminate. In una fattispecie di trust non liberale, inoltre, la sentenza n. 15468/2018 della Corte di cassazione ha ritenuto possibile che il trasferimento iniziale dal disponente al trustee determini il “reale arricchimento del beneficiario”, ma ha rinviato alla Commissione tributaria regionale “perché esamini, in via di merito, se tale trasferimento si è attuato”.

Il nuovo indirizzo interpretativo fa riferimento a tali precedenti, che “hanno ritenuto di dover mantenere dei distinguo in relazione a fattispecie di trust reputate peculiari ed in qualche modo divergenti dal paradigma convenzionale”, manifestando però l’esigenza di doverli “ricondurre ad unità” (leggasi: superare) in quanto ritenuti non più accettabili.

Il modello impositivo non può che essere quello della tassazione proporzionale differita ed eventuale, senza alcuna eccezione possibile.

Diverso è il caso, precisa la Corte, dell’utilizzo fittizio dello strumento negoziale. In queste situazioni, tuttavia, il problema è quello di disconoscere gli effetti giuridici di separazione/segregazione per fornire una diversa, e più coerente, qualificazione tributaria.


4. Conclusioni. Il necessario adeguamento della prassi amministrativa e le nuove problematiche applicative


Al di fuori di fattispecie patologiche, in cui il trust in realtà non è trust, il consolidamento interpretativo realizzato dalla Sezione Tributaria della Corte risulta in totale contrasto con la prassi attuale dell’Amministrazione finanziaria secondo cui il tributo successorio e donativo (e, nel caso di immobili, le imposte ipo-catastali) deve essere versato in misura proporzionale (salvo l’applicazione di franchigie) al momento dell’effetto segregativo/traslativo iniziale, qualunque sia la tipologia di trust.

Il nuovo contesto del diritto vivente è tale da prefigurare un mutamento di simile prassi. Al tempo stesso, è da sottolineare l’esigenza di affrontare nuove questioni applicative.

In questa sede, riteniamo opportuno solo svolgere qualche considerazione rispetto ad una problematica di tipo “intertemporale” relativa ai trust già istituiti e per i quali sia già stata realizzata, in tutto o in parte, la dotazione patrimoniale.

Si tratterà in molti casi di trust che hanno subito una tassazione proporzionale iniziale (direttamente in sede di registrazione oppure di liquidazione successiva da parte dell’Ufficio) e/o che hanno “intaccato” la franchigia.

In base all’orientamento [oggi] consolidatosi della Corte di Cassazione, si deve ritenere che le future attribuzioni a favore dei beneficiari debbano essere assoggettate ad imposta, in capo ai beneficiari medesimi quali soggetti passivi.

Per evitare che vi sia una doppia imposizione della medesima ricchezza, l'unica strada percorribile sembra quella della richiesta di rimborso dell’imposta già assolta non risultando invece sostenibile l’idea di “scomputare” dalla futura imposta che graverà sul beneficiario quella già assolta (da un diverso soggetto: trustee o disponente) all’atto della dotazione del trust.

Per quanto riguarda, invece, la franchigia eventualmente erosa all’atto della istituzione del trust, deve riconoscersi che non vi erano i presupposti di legge per fare ricorso a simile istituto, data la totale inidoneità dell’effetto segregativo/traslativo iniziale ad incidere sulla stessa che, dunque, potrà essere applicata ai trasferimenti (assoggettati ad imposta) successivi.

Rinviamo a futuri approfondimenti le ulteriori questioni che nascono dalla rinnovata attenzione alle vicende attributive che esige di verificare se, in che limiti e quando il presupposto si sia effettivamente realizzato.

Si pone, tra le altre, il problema della “formalizzazione” della vicenda giuridica attributiva, che è generalmente necessaria per applicare il tributo successorio e donativo e che potrebbe mancare qualora l’attribuzione non si realizzi per il tramite di un atto da registrare in termine fisso (o portato volontariamente alla registrazione). Si pensi all'attribuzione effettuata tramite bonifico bancario dal trustee al beneficiario.

In conclusione, il nuovo indirizzo della Suprema Corte consente di portare elementi importanti di certezza alla fiscalità dei trust e dei vincoli di destinazione nel momento della costituzione e dotazione patrimoniale; al tempo stesso, richiede di valutare con estrema attenzione le scelte relative alle fasi attributive e, in generale, di gestione del trust fund.


di Thomas Tassani


* Per approfondimenti ulteriori, si rinvia all'articolo "Consolidamento giurisprudenziale e nuove prospettive interpretative per trust e vincoli di destinazione", in corso di pubblicazione nella Rivista "Corriere Tributario", Ipsoa.

© 2018 Associazione Insignum. Tutti i diritti riservati