Passaggio generazionale d'impresa ed esenzione fiscale

Aggiornato il: 24 gen 2019

di Alessia Martelli


1. Premessa


L'articolo intende illustrare alcune questioni applicative relative all’esenzione da imposta di donazione e successione sui trasferimenti di aziende o rami di esse, di quote sociali e di azioni, prevista dall’art. 3 comma 4ter del D. Lgs. 346/90 (Testo Unico imposta di successione e donazione), inventariando in ottica operativa, da un lato, le certezze, dall’altro lato i dubbi sussistenti, allo stato, circa l’ambito di applicazione oggettivo e soggettivo dell’agevolazione in commento.

La norma in esame dispone, come noto, che il trasferimento, gratuito o a causa di morte, avente ad oggetto l’azienda o le partecipazioni sociali, se effettuato in favore dei discendenti, del coniuge (e, dopo il 5 maggio 2016[1], in favore della parte di un’unione civile), beneficia integralmente del non assoggettamento al tributo[2], a condizione che sussistano i requisiti indicati dal secondo periodo, ove applicabili, e, in ogni caso, le condizioni poste dal terzo periodo della norma.

Il secondo periodo, riferibile esclusivamente alle partecipazioni in società di capitali[3], pone il requisito del trasferimento del cd. controllo di diritto: per poter beneficiare dell’agevolazione occorre che il beneficiario del trasferimento, per mezzo dello stesso, acquisisca o integri il controllo della società ai sensi dell’art. 2359 c. 1 n. 1) cc., ovvero la maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria[4].

Il terzo periodo, di applicazione generale – o meglio, non espressamente limitata dalla norma, come nel periodo precedente - condiziona la spettanza dell’agevolazione ad un requisito “sostanziale”, la prosecuzione dell’esercizio dell’attività d’impresa o la detenzione del controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, e ad un requisito “formale”, la dichiarazione dei beneficiari recante l’impegno al mantenimento del predetto requisito sostanziale.

Il quarto periodo precisa che il mancato rispetto della condizione di cui al terzo periodo comporta la decadenza dal beneficio, con pagamento dell’imposta piena, oltre a sanzioni (30%) ed interessi di mora.

Il credito dello Stato per l’imposta dovuta in caso di decadenza è assistito dal privilegio speciale mobiliare di cui all’art. 2758 cc. e dal privilegio speciale immobiliare di cui all’art. 2772 cc.


2. L'esercizio dell’attività di impresa e il trasferimento del dominio gestionale nelle prime interpretazioni


Nell’imminenza dell’introduzione della norma[5], autorevole dottrina[6], prescindendo dalla diversità dell’oggetto diretto della norma di agevolazione (azienda da un lato e partecipazioni sociali dall’altro), le ha riconosciuto una natura “unitaria”, proponendone una lettura che tratta in maniera perfettamente omogenea i due oggetti materiali della disposizione ed interpretando i requisiti e le condizioni del trasferimento di partecipazioni sociali (sia di società di capitali che di società di persone) in maniera parallela e speculare a quella del trasferimento di azienda.

La norma sarebbe vòlta a favorire un unico obiettivo, la difesa della continuità imprenditoriale[7] nell’ambito del passaggio generazionale delle aziende di famiglia, e quindi la prosecuzione dell’attività d’impresa nell’ambito del passaggio generazionale d’impresa.

Valorizzando questa ratio, si è posto l’accento sul concetto di trasferimento del dominio gestionale dell’impresa, diretto (nell’azienda) o indiretto (in tutte le tipologie di società, con la peculiare connotazione del controllo di diritto nelle società di capitali), così ponendo un parametro che esclude in via interpretativa un certo numero di fattispecie dall’ambito di operatività dell’agevolazione.

In tale prospettiva si è ritenuto che la spettanza del beneficio sia in ogni caso condizionata, in primo luogo, alla necessità dell’attuale esercizio dell’attività d’impresa in capo al donante/de cuius[8], e, in secondo luogo, al trasferimento di questo potere di gestione aziendale - diretto (nell’azienda) o indiretto (nelle società di persone), ovvero ancora del controllo di diritto nelle società di capitali – in favore del beneficiario.

Il primo requisito, l’attuale esercizio dell’attività d’impresa (agricola o commerciale) in capo al donante/de cuius, escluderebbe così dall’ambito dell’agevolazione i trasferimenti di partecipazioni in società non operative e nelle cd. società senza impresa, dunque le società di mero godimento o di gestione, mobiliare o immobiliare[9] (quindi ad es. società immobiliari, costituite in o meno in forma di società semplice, nonchè holding “pure” di partecipazioni).

Per la medesima ragione – e cioè la mancanza dell’attuale esercizio dell’attività di impresa in capo al dante causa – si dovrebbe escludere l’applicabilità dell’esenzione al trasferimento di azienda che al momento della donazione o della successione sia concessa in affitto a terzi[10].

Il secondo requisito, il necessario trasferimento in favore del beneficiario del potere di gestione aziendale, diretto o “indiretto”, ha indotto la dottrina, in un primo momento, a ritenere che anche per le partecipazioni in società di persone il regime di esenzione presupponga comunque che l’assegnatario abbia la possibilità, in forza delle quote ricevute, di esercitare in situazione dominante l’impresa sociale (l“egemonia gestionale”) e quindi di garantire una gestione accentrata ed unitaria, assicurandone la continuità.

Di conseguenza, si è ad esempio escluso che la donazione della quota del socio accomandante di sas potesse ritenersi inclusa nel perimetro di applicazione della norma agevolativa, poiché l’acquisto della partecipazione non permette al donatario di amministrare la società, in ragione del divieto di immistione di cui all’art. 2320 cc.; ancora, si è esclusa l’applicabilità dell’agevolazione alla donazione della quota del socio di snc qualora lo statuto lo escluda dalla gestione dell’impresa sociale, perché anche in questo caso mancherebbe quella facoltà di dominare e condizionare la gestione societaria che è assunta quale presupposto necessario dell’agevolazione.

Del pari, non dovrebbe ritenersi agevolabile la donazione dell’azienda con riserva di usufrutto in capo al donante: il mancato trasferimento del potere di gestione aziendale comporta evidentemente l’impossibilità per il donatario di rendere validamente la dichiarazione di impegno alla prosecuzione dell’attività d’impresa richiesta dal terzo periodo della norma.

Analogamente la dottrina assume posizioni negative in tema di donazione di partecipazioni di società di capitali con riserva di usufrutto e con diritto di voto in favore del disponente usufruttuario[11], poiché la riserva non consente al beneficiario di esercitare il diritto di voto in assemblea - e, dunque, non gli consente di conseguire (e quindi di dichiarare di mantenere) il controllo di diritto richiesto dal secondo periodo della norma.

La ricostruzione dell’istituto nei termini di cui sopra ha, poi, indotto una parte della dottrina, in tema di significato del termine di “integrazione” del controllo nelle società di capitali, ad escludere dal perimetro di applicazione della norma agevolativa il trasferimento di partecipazioni non utili ad acquisire il controllo poiché il beneficiario ne dispone già ed intende solo incrementarlo ulteriormente. [12]


3. La prassi fiscale sulle società di persone.


L’Agenzia delle Entrate è intervenuta a più riprese[13] a fornire chiarimenti sull’agevolazione in esame, prendendo espressamente posizione in relazione ad alcune delle casistiche individuate ed offrendo alcuni spunti utili ad una più completa e corretta interpretazione dell’ambito applicativo della norma, sebbene lasciando irrisolte varie questioni, delle quali si dirà più avanti.

In tema di partecipazioni in società di persone, l’Agenzia ha rilevato[14] che “in base al tenore letterale della disposizione in commento, l’imposta sulle successioni e donazioni non si applica ogniqualvolta il trasferimento riguardi partecipazioni in società di persone, purché, ovviamente, ricorrano gli ulteriori requisiti indicati dall’articolo 3, comma 4-ter, del TUS”, chiarendo che in relazione alle società di persone non sussistono requisiti quantitativi in relazione alla partecipazione da trasferire, che può pertanto essere minoritaria o anche irrisoria, senza null’altro precisare in relazione ad eventuali requisiti qualitativi della partecipazione stessa, all’egemonia gestionale del socio nella società o, comunque, in relazione al ruolo o alla qualifica del socio stesso.

Esclusa dunque con certezza, per le società di persone, la rilevanza del requisito “quantitativo” del secondo periodo, rimane tuttavia il dubbio circa l’operatività dei requisiti formali e sostanziali di cui al terzo periodo della norma: in altri termini, sulla necessità e sul tenore della dichiarazione di prosecuzione dell’attività di impresa o di detenzione del controllo per il quinquennio successivo al trasferimento da parte dei beneficiari di trasferimenti di partecipazioni, in particolare minoritarie.

Sul punto la dottrina notarile ha efficacemente rilevato che, da un lato, la prosecuzione dell’esercizio dell’attività d’impresa non può non riferirsi all’unica ipotesi dell’azienda già individuale del disponente e proseguita dal beneficiario quale unico titolare, e ciò per l’evidente motivo che non può essere posta una condizione di siffatto genere con riferimento alle partecipazioni societarie; dall’altro lato, che parrebbe almeno anomalo riferire la condizione quinquennale della “detenzione del controllo” anche alle società personali, se già in fase di input (i.e. di iniziale accesso al regime stesso) non è richiesto dalla norma che le partecipazioni trasferite debbano giocoforza assicurare l’acquisizione o l’integrazione del controllo stesso[15].

L’Agenzia delle Entrate, tuttavia, in una risoluzione di poco successiva, relativa al trasferimento di partecipazioni dell’accomandatario di sas[16], fornisce una lettura meno lineare e in parte difforme: ferma restando l’irrilevanza dell’entità della partecipazione, afferma comunque la necessità della dichiarazione del beneficiario in ordine alla prosecuzione dell’attività d’impresa per almeno cinque anni, precisando che l’omessa dichiarazione comporta la decadenza del beneficio.

Preso atto della posizione di cui sopra, la dottrina notarile[17] e la prassi si sono attestate su una posizione prudente la quale, al fine di dare un qualche senso giuridico alla dichiarazione di prosecuzione dell’attività d’impresa richiesta al socio anche di minoranza di società di persone – il quale certamente non è imprenditore, e non necessariamente ha poteri di amministrazione – la interpreta, piuttosto, come impegno a mantenere la detenzione della partecipazione per il medesimo periodo.

In questo quadro si inserisce un recente intervento[18] dell’Agenzia che ha espressamente confermato l’applicabilità dell’esenzione sui trasferimenti di partecipazioni del socio accomandante di sas, poiché, da un lato, “se è pur vero che l’effettivo svolgimento dell’attività imprenditoriale è portato avanti dal socio accomandatario, deve comunque ritenersi che anche la società in accomandita semplice, al pari delle altre società di persone, viene ad essere individuata con la globalità dei suoi soci (accomandatari e accomandanti, ciascuno con i suoi poteri e limiti), che danno complessivamente ed unitariamente vita alla gestione dell’impresa”, dall’altro lato perchè “ai sensi del combinato disposto degli articoli 5 c. 1 e 6 c. 3 TUIR, i redditi della sas sono considerati redditi d’impresa e imputati per trasparenza a ciascun socio proporzionalmente alla quota di partecipazione agli utili, ciò consentendo di ritenere che, nella fattispecie in esame, sia i soci che i rispettivi figli che subentreranno svolgono attività d’impresa, a prescindere dalla qualifica da ognuno rivestita nell’ambito societario.”

L’interpretazione dell’Agenzia, se certamente supera in linea di principio i dubbi sopra esposti in relazione alle partecipazioni dell’accomandante di sas, sembra confermare la necessità della dichiarazione di prosecuzione dell’attività di impresa anche da parte dei beneficiari del trasferimento di queste ultime, seppure interpretando lo stesso concetto di “prosecuzione dell’attività di impresa” in una peculiare accezione, fiscale e non civilistica[19], identificato ora con la mera partecipazione alla società, ora con la percezione di reddito di impresa imputato ai soci per trasparenza, ai sensi dell’art. 5 TUIR.

Dalla consolidazione di una lettura di questo tipo potrebbero trarsi significativi elementi di apertura in relazione, ad esempio, al caso della quota del socio di s.n.c. privo di poteri di gestione, perfettamente superabili ricorrendo al criterio della prosecuzione dell’attività di impresa in accezione fiscale sopra individuato, come anche in relazione al tema delle partecipazioni in società senza impresa, quali le società semplici di mera gestione mobiliare o immobiliare.

La dichiarazione del beneficiario di proseguire l’attività di impresa varrebbe in sostanza, come già rilevato dalla dottrina infra citata, quale impegno a detenere la partecipazione per il quinquennio.


4. L’evoluzione dell’interpretazione e le fattispecie ancora controverse.


Sembra che dall’evoluzione dell’interpretazione della norma nel senso sopra indicato non si possa trarre alcun elemento di apertura in relazione alla compatibilità dell’agevolazione con la riserva del diritto di usufrutto sull’azienda o sulle partecipazioni sociali, questioni sulle quali allo stato non consta alcuna puntuale presa di posizione dell’Agenzia.

Sembra quindi corretto ritenere non agevolabile la donazione di azienda con riserva di usufrutto in capo al donante, essendo del pari causa di decadenza la cessione dell’usufrutto sull’azienda da parte del donatario nel quinquennio successivo al trasferimento, come anche l’affitto dell’azienda stessa (non già, può ritenersi, di uno o alcuni beni aziendali individualmente intesi) nei medesimi termini.

Al contrario, l’agevolazione può ritenersi invocabile nel caso di donazione del solo diritto di usufrutto sull’azienda, poiché questa consente al donatario la valida dichiarazione della prosecuzione dell’attività di impresa, o del diritto di usufrutto sulle partecipazioni sociali, anche in società di capitali, perché il diritto di voto spetta - salvo patto contrario, da escludere nelle fattispecie - proprio all’usufruttuario[20].

Non sembrano sussistere valide ragioni per escludere che anche il trasferimento della sola nuda proprietà di partecipazioni di società di capitali possa beneficiare dell’esenzione, purché sia derogata la regola sulla legittimazione al diritto di voto di cui all’art. 2352 cc., (richiamato dall’art. 2471 bis cc. per le srl), attribuendolo al nudo proprietario, il quale in virtù di tale convenzione disporrà del controllo di diritto richiesto dalla norma fiscale.

Le questioni aperte sull’agevolazione in esame, sulle quali non constano prese di posizione dell’Agenzia, sono ancora numerose, e di non secondaria rilevanza pratica.

La dottrina si interroga, ad esempio, sulle conseguenze della morte, esclusione o del fallimento infraquinquennali del beneficiario, concludendo che, trattandosi di eventi eccezionali ed indipendenti dalla volontà di quest’ultimo, non dovrebbero in linea di principio determinare decadenza dall’agevolazione[21].

Se il discrimen ai fini della decadenza è da individuarsi nella volontarietà del comportamento del beneficiario, si deve ritenere, ad esempio, che anche il recesso, o di perdita del controllo di diritto nelle società di capitali conseguente alla mancata sottoscrizione, da parte del socio beneficiario di un trasferimento esente, di un aumento di capitale oneroso, siano entrambi causa di decadenza dall’agevolazione.

Ancora, si consideri la fattispecie della trasformazione progressiva in società di capitali, nella quale il beneficiario non abbia il controllo di diritto perchè socio di minoranza nella società di persone trasformanda: seguendo il ragionamento appena fatto, la trasformazione dovrebbe ritenersi causa di decadenza solo ove la stessa sia approvata anche col voto favorevole del beneficiario, potendosi probabilmente escludere la decadenza laddove il socio “subisca” tale trasformazione; occorre tuttavia rilevare che l’Agenzia sembra di contrario avviso, richiedendo in ogni caso, ove la società risultante dalla trasformazione sia una società di capitali, che il beneficiario mantenga nella stessa il controllo di diritto della società, senza null’altro precisare.


Alessia Martelli - Avvocato in Bologna




[1] Data di entrata in vigore della legge n. 76 del 20 maggio 2016 “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, la quale, all’art. 1 c. 20, dispone che le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso.


[2] Si ricorda che l’atto pubblico di donazione cui sia applicabile l’agevolazione in esame sarà registrato gratuitamente (art. 55 c. 2 Tus), non essendo necessario corrispondere l’imposta in misura fissa per la registrazione delle donazioni dichiarate esenti di cui all’art. 59 primo comma lett. b) Tus, come confermato dall’Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 44/E del 7 ottobre 2011. Nel caso in cui l’azienda comprenda beni immobili o diritti reali immobiliari, le relative formalità di trascrizione e voltura catastale sono esenti dalle imposte ipotecaria e catastale (art. 1 comma 2 e art. 10 comma 3 D. Lgs. n. 347/1990, espressamente richiamati).


[3] L’art. 73 c.1 lett. a) TUIR fa riferimento, oltre che alle società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata, anche a società cooperative (e società di mutua assicurazioni, nonché società europee e società cooperative europee) residenti nello Stato. La dottrina, tuttavia, ha rilevato come per le società cooperative, nelle quali vige il principio del voto capitario (cfr. art. 2538 c. 2 cc.), la possibilità di un controllo in senso tecnico non sussiste.


[4] L’Agenzia ha precisato, nella Risoluzione 75/E del 26 luglio 2010, che la verifica del requisito dell’acquisizione o integrazione del controllo deve essere effettuata anche in considerazione di quanto disposto dal secondo comma dell’articolo 2359, secondo cui “ai fini dell’applicazione dei numeri 1) e 2) del primo comma si computano anche i voti spettanti a società controllate, a società fiduciarie e a persona interposta: non si computano i voti spettanti per conto di terzi”.


[5] Si ricorda che, dopo un mese dalla reintroduzione dell’imposta di donazione e successione nel nostro ordinamento, operata, in sede di conversione, dall’art. 2 commi 47-54 del D.L. 262/2006, il comma 4 ter qui in esame è stato aggiunto all’art. 3 del TUS dall’art. 1 c. 78 lett. a) della l. 27/12/2006 n. 296 (legge finanziaria per il 2007), e successivamente modificato, introducendo l’esenzione per il coniuge, dall’art. 1 c. 31 l. 24/12/2007 n. 244.


[6] G. Gaffuri, L’imposta sulle successioni e donazioni, Cedam 2008, p. 502.


[7] La dottrina rileva che la matrice della disciplina in commento è probabilmente da rintracciare nelle Raccomandazioni della Commissione UE n. 94/1069/CE del 7 dicembre 1994 e Comunicazione n. 98/c 93/02 del 28 marzo 1998, nelle quali la commissione rileva come il pagamento dell’imposta di successione possa mettere in pericolo l’equilibrio finanziario dell’impresa in un momento già di per se delicato per la sua sopravvivenza, quale il passaggio generazionale.


[8] Di contrario avviso la dottrina (Studio CNN n. 43/2007/T, “Tassazione dei patti di famiglia e dei trasferimenti di cui all’art. 1 comma 78 legge 27.12.2006 n. 296 (cd. Finanziaria 2007)”, M. Basilavecchia, A. Pischetola), che nega che il dettato normativo richieda nel disponente e nell’attualità del trasferimento la ‘qualitas’ di imprenditore in senso tecnico, pur dovendosi ragionevolmente ritenere che il trattamento fiscale agevolato sia finalizzato proprio alla conservazione dell’integrità funzionale dell’impresa esercitata (o da esercitare) tramite il compendio trasferito (o un suo ramo).


[9] G. Zizzo, I trasferimenti di azienda e partecipazioni sociali per successione o donazione, Corr. Trib., 17/2007, p. 1351.


[10] Di contrario avviso la dottrina citata in nota 9), che ha rilevato come in relazione all’ipotesi del proprietario dell'azienda concessa in affitto, che si preoccupi di garantire, alla scadenza dell'affitto, la continuità di gestione dell'impresa o all’azienda affittata (o concessa in comodato) al medesimo discendente destinatario del trasferimento sembrerebbe almeno incongruo - rispetto alle finalità conservative [rectius: non dispersive] perseguite dal legislatore - pretendere nel disponente la titolarità attuale di quella qualifica ai fini dell’applicazione del trattamento agevolato.


[11] V. Mastroiacovo, L’imposizione indiretta del passaggio generazionale dell’azienda tra regimi agevolati e criticità di sistema, Rass. Trib. 3/2012, p. 615.


[12] G. Gaffuri, o. cit. nota 2; Contra G. Zizzo, I trasferimenti di azienda e partecipazioni sociali per successione o donazione, cit..


[13] Risoluzione n. 341/E del 23 novembre 2007; Circolare n. 3/E del 22 gennaio 2008; Risoluzione n. 446 del 18 novembre 2008; Risoluzione n. 110 del 23 aprile 2009; Risoluzione n. 75/E del 26 luglio 2010; Circolare n. 18/2013; Interpello DRE Lazio n. 913-6-2018.


[14] Circ. 3/2008, p. 41.


[15] Studio CNN n. 43/2007/T, “Tassazione dei patti di famiglia e dei trasferimenti di cui all’art. 1 comma 78 legge 27.12.2006 n. 296 (cd. Finanziaria 2007)”, M. Basilavecchia, A. Pischetola.


[16] Risoluzione n. 446 del 18 novembre 2008.


[17] CNN Studio n. 36/2011/T, Profili fiscali del passaggio generazionale d’impresa, T. Tassani in Studi e Materiali, Quaderni trimestrali, 1/2012, 148, nota 26, che tuttavia osserva come in senso contrario deponga la lettera della disposizione di cui all’art. 3 comma 4 ter d.lgs. 346/1990; S. Cannizzaro, Quesito CNN n. 12-2015/T, “Cessione partecipazioni in società di persone – Applicabilità art. 3 comma 4-ter D.Lgs. 346/1990 – Condizioni”.


[18] Interpello DRE Lazio n. 913-6/2018, istanza presentata il 4/1/2018.


[19] Cfr. Sent. Corte Costituzionale n. 354/2001 la quale ha osservato che il reddito d’impresa prodotto dalle S.a.s., attribuito per trasparenza ai soci ai sensi dell’art. 5 del T.U.I.R., è “reddito proprio del socio, così realizzandosi ‘l’immedesimazione’ fra società partecipata e socio”.


[20] Concorda sull’applicabilità dell’agevolazione nei casi prospettati Gaffuri, op. cit. nota 2, pag. 502- 503.


[21] S. Capolupo, Effetti della (incerta) natura giuridica del patto di famiglia sul relativo regime fiscale, in "il fisco" n. 40 del 2016, pag. 1-3847; S. Cannizzaro, op. cit. nota 18).


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