Fondo patrimoniale e ipoteca fiscale

Commento a Cass. n. 5369 del 27/2/2020 - di Simona Disca


1. Il caso


La controversia esaminata dalla ordinanza in commento ha origine dalla impugnazione da parte di Tizia del sollecito di pagamento di cartelle esattoriali e del precedente atto di iscrizione ipotecaria per un importo doppio rispetto al debito d’imposta.

L’ipoteca è stata iscritta su beni compresi nel fondo patrimoniale.

Equitalia ricorre in Cassazione, sostenendo la tardività del ricorso originario della contribuente; l’iscrivibilità dell’ipoteca sui beni in fondo patrimoniale, indipendentemente dai limiti dell’art. 170 cod civ., non essendo atto esecutivo; la mancata prova dell’estraneità dei debiti erariali ai bisogni della famiglia.

Nel caso di specie, trattasi di debiti tributari derivanti da attività di impresa – in particolare da passività derivanti da partecipazioni societarie in una s.r.l. – i cui proventi non sono destinati al soddisfacimento delle esigenze familiari.

La Corte di Cassazione afferma che l’Agenzia delle entrate e riscossione non può iscrivere ipoteca sui beni del fondo patrimoniale qualora il debito del contribuente non sia contratto per soddisfare i bisogni della famiglia, ma derivi dalla sua partecipazione societaria, e il contribuente ne provi l’estraneità al soddisfacimento delle necessità familiari e che l’AF non poteva non esserne a conoscenza.

2. Condizioni e limiti dell'iscrizione ipotecaria su fondo patrimoniale


Con il secondo motivo del ricorso, Equitalia lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 50 e 77 DPR 602/1973, sull’assunto che l'ipoteca non è un atto dell'esecuzione e non vi si applicano le condizioni di cui all’art. 170 cod. civ. e, pertanto, deve ritenersi iscrivibile sui beni costituiti in fondo patrimoniale.

L’art. 170 cod. civ. prevede che “l’esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia.” Possono essere oggetto di esecuzione, ricorrendone i presupposti, non solo i beni ma anche i frutti del fondo patrimoniale; nel concetto di atti di esecuzione ex art. 170 cod. civ. rientrano non soltanto gli atti del processo di esecuzione, ma tutti i possibili effetti dell'esecutività del titolo e, dunque, anche l'ipoteca iscritta sulla base dell'esecutività del titolo stesso.

La norma codicistica, invero, detta una regola applicabile anche all'iscrizione di ipoteca non volontaria, ivi compresa quella ex art. 77 DPR 602/1973 (ex plurimis, Cass. ord., 23 novembre 2015, n. 23876). Pertanto, l’ente di riscossione può iscrivere ipoteca sui beni conferiti in fondo patrimoniale, a condizione che il debito sia stato contratto per uno scopo non estraneo ai bisogni familiari.

Come la stessa CTR a quo ha rilevato, vero è che “il procedimento esecutivo ha inizio con l'atto di pignoramento e che l'iscrizione ipotecaria non costituisce certamente atto di esecuzione sui beni del fondo, attesa la sua funzione di misura cautelare, ma è altrettanto vero che se l'esecuzione è vietata, a fortiori risulta vietata anche la prodromica iscrizione cautelare” (CTR Puglia Bari, Sez. VIII, sent. 11 giugno 2013, n. 58).

Alcun dubbio, dunque, che nell’ambito di operatività dell’art. 170 cod. civ. rientrino anche gli atti posti in essere dall’AF e, fra questi, anche l’iscrizione di ipoteca; la Suprema Corte ha già avuto modo di chiarire che l’AF in funzione di riscossione può agire esecutivamente sui beni in fondo patrimoniale, ma alle condizioni e nei limiti dell’art. 170 cod. civ., ossia solo quando sia accertato che il credito erariale sia riconducibile alle necessità della famiglia (cfr. Cass., sez. V, sent. 7 luglio 2009, n. 15862; Cass., sez. V, sent. 18 maggio 2012 n. 7880).

È irrilevante, invece, che il credito sia sorto anteriormente alla costituzione del fondo patrimoniale: l’art. 170 cod. civ. non limita il divieto di esecuzione forzata ai soli crediti, estranei ai bisogni della famiglia, sorti successivamente alla costituzione del fondo, ma estende la sua efficacia anche ai crediti sorti anteriormente.

3. L'estraneità del debito erariale ai bisogni della famiglia


Con riguardo al terzo motivo del ricorso in Cassazione da parte di Equitalia, a mente del combinato disposto degli artt. 170 cod. civ. e 2697 cod. civ., spetta al contribuente – debitore opponente – provare la regolare costituzione del fondo patrimoniale, la sua opponibilità al Fisco – creditore procedente – ma, soprattutto, che i debiti tributari siano estranei ai bisogni della famiglia (cfr. Cass., sez. V, sent. 28 ottobre 2016, n. 21800; conf. Cass., sez. V, sent. 29 gennaio 2016, n. 1652; conf. Cass. Sez. V, sent. 19 febbraio 2013, n. 4011).

Sulla regolare costituzione del fondo patrimoniale, la prova è agevole in quanto è sufficiente produrre la convenzione matrimoniale, debitamente registrata, trascritta e annotata.

In particolare, l’annotazione del fondo patrimoniale a margine dell'atto di matrimonio è fondamentale ai fini della sua opponibilità ai terzi creditori e, quindi, anche al Fisco, che abbiano iscritto ipoteca sui beni che lo costituiscono. Invero, la trascrizione del fondo stesso nei pubblici registri immobiliari è irrilevante, essendole attribuita la tipica efficacia di pubblicità dichiarativa. Laddove, invece, l'annotazione sull'atto di matrimonio avvenga in una data successiva alla notifica dell'atto impositivo, tale annotazione sarà ritenuta irrilevante, con immaginabili conseguenze in capo al contribuente.

Relativamente alla prova dell’estraneità dei debiti tributari ai bisogni della famiglia, nella controversia in esame, la contribuente ha, altresì, dimostrato che Equitalia poteva rendersene conto autonomamente.

Innanzitutto, occorre precisare cosa rientri nella nozione – estensivamente interpretata – di bisogni della famiglia, al fine di individuare il collegamento con i debiti sorti in relazione al loro soddisfacimento.

Rientrano nel novero non solo i bisogni essenziali del nucleo familiare, connessi cioè allo stretto mantenimento della famiglia, ma anche i bisogni non essenziali del nucleo familiare, ossia finalizzati allo sviluppo armonico della famiglia e potenziamento della capacità lavorativa di un membro. Infine, per ciò che concerne i debiti derivanti dall’attività lavorativa – professionale o d’impresa – di uno dei coniugi, la destinazione ai bisogni della famiglia non è intrinseca al solo fatto che il debito sia sorto nell’esercizio dell’attività svolta (cfr. Cass. civ. sent. 21 ottobre 2015, n. 21396).

La Corte di Cassazione ha più volte ribadito che non rileva la natura dell'obbligazione tributaria ma occorre una specifica indagine sulla relazione tra il fatto generatore e i bisogni della famiglia: non è corretto sostenere che un credito di natura tributaria, per ciò stesso, sarebbe di natura extrafamiliare. Nello stesso senso, detta connessione teleologica non è insita nella circostanza che il debito derivi dall'attività professionale o d'impresa; infatti, occorre accertare in concreto se l'obbligazione tributaria sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari e non per esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi (cfr. Cass., sez. VI, Ord., 24 febbraio 2015, n. 3738)

Pertanto, detta valutazione casistica – che esclude qualsivoglia automatismo – riguarda la relazione esistente tra gli scopi per cui i debiti sono stati contratti ed i bisogni della famiglia, con la conseguenza che l'esecuzione può avere luogo qualora la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio abbiano inerenza diretta ed immediata con i bisogni della famiglia.

In linea di principio, se i debiti per i quali è stata iscritta ipoteca riguardano tasse e tributi relativi all'attività svolta dalla ricorrente, deve fondatamente ritenersi che tali debiti siano strettamente correlati alle esigenze della famiglia, che trae reddito da tale attività. Tuttavia, nella fattispecie in esame, la contribuente ha provato che Equitalia poteva rendersi conto autonomamente della estraneità di detti debiti ai bisogni della famiglia.

Nel caso di specie, il debito erariale deriva dalla partecipazione societaria di Tizia ad una società di capitali, quindi, inerente ad investimenti che esulano dalla attività lavorativa.

Al fine di assolvere al relativo onere probatorio, Tizia ha esibito i certificati della Camera di Commercio da cui risulta essere socia accomandante della Ditta Alfa s.a.s., avente ad oggetto la compravendita di autoveicoli nuovi e usati, la quale costituisce la sua attività lavorativa principale, da cui trae il sostentamento per sé e per la propria famiglia.

Diversamente, il credito vantato dall'AF deriva da debiti tributari originati da passività derivanti dalla partecipazione della contribuente che è solo socia di capitali nella Beta s.r.l..

Emerge chiaramente che l’AF non poteva non essere a conoscenza di detta circostanza e che il credito erariale vantato fosse estraneo ai bisogni della famiglia, non sussistendo i presupposti dell’art. 170 cod. civ. per l’iscrizione ipotecaria sui beni immobili costituiti in fondo patrimoniale.

Infine, sul corretto assolvimento dell’onere della prova ex art. 2697 cod. civ., la Suprema Corte chiarisce che spetta al giudice di merito in via esclusiva (e salvo che si tratti di prova a valutazione legale) il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l'attendibilità e la concludenza (conf. Cass. sez. I, sent. 19 giugno 2019, n. 16497).

4. Conclusioni


La pronuncia in esame risulta rilevante in quanto porta a ridimensionare l’assunto dell’AF secondo cui i debiti fiscali rientrerebbero sempre tra le spese necessarie ai bisogni della famiglia.

Si deve invece ritenere che i debiti tributari non rientrano automaticamente tra le spese necessarie alla famiglia, occorrendo una valutazione del caso concreto e dello specifico legame fra gli stessi e la destinazione concreta di quegli incrementi patrimoniali nel ménage familiare.

Ancorché esista una presunzione di inerenza dei debiti ai bisogni della famiglia, è in capo al contribuente debitore l’onere di provare l’estraneità dei debiti erariali, i quali non possono considerarsi, per la loro natura pubblicistica, ontologicamente contratti per soddisfare i bisogni della famiglia.


Simona Disca - Dottoranda in Diritto Tributario Europeo UniBo

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