Donazione di denaro oggetto di scudo fiscale e reato di riciclaggio

Commento a Corte Cass. n. 7257 del 24/2/2020 - di Stefania La Bella


1. Il caso

Nella sentenza in commento la Corte di Cassazione si è espressa in merito ad un caso di riciclaggio ex. art. 648 bis del codice penale, di denaro proveniente dai reati presupposto di truffa ed evasione fiscale, in particolar modo, in relazione alla violazione della normativa inerente alla repressione dell’evasione dell’imposta sui redditi.

La Corte ha precisato che anche le condotte che astrattamente risultano poste in essere per mezzo di istituti leciti come lo scudo fiscale e l’atto di donazione, possono rientrare nel perimetro punitivo della fattispecie di cui all’art. 648 bis c.p. se finalizzate ad ostacolare l’individuazione della provenienza delittuosa del denaro provento di reati tributari.

Il Tribunale cautelare di Genova, in sede di riesame, confermava il decreto del G.I.P. che disponeva nei confronti di uno dei soggetti indagati, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta, di somme di denaro e titoli, in relazione al delitto di riciclaggio per un importo complessivo pari a quasi 2 milioni di euro o, in via subordinata, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di beni mobili o immobili e di qualsiasi altro bene fino alla concorrenza del suddetto importo.

Nella vicenda in esame, il soggetto indagato, nel 2000, in qualità di socio di un’impresa svizzera, depositava le somme provento dei delitti su indicati, in un conto corrente presso un istituto bancario elvetico. Dopo qualche anno, nel 2003, avendo aderito alla procedura di emersione di capitali detenuti all’estero ai sensi della Legge n. 27/2003 (cd. Scudo Fiscale) trasferiva dette somme su conti correnti italiani, conferendo delega ad operare ad altro soggetto. Successivamente, nel 2015, attraverso un atto di donazione trasferiva definitivamente dette somme ad un terzo soggetto.

Veniva così sequestrata una cospicua somma proveniente dai delitti di evasione fiscale, contrabbando e truffa commessi a metà degli anni ’90, perché secondo l’accusa era stata realizzata la condotta di riciclaggio articolata in una pluralità di atti nell’arco di quindici anni. Di contro, la difesa impugnava l’ordinanza sostenendo che tutte le operazioni contestate fossero slegate dalla condotta originaria di riciclaggio eventualmente commessa nel 2000, sia perché perfettamente legittime e munite di specifiche e autonome cause giuridiche, sia perché prive di un’intrinseca funzione decettiva, essendo state eseguite in modo trasparente attraverso peraltro uno strumento, lo scudo, non solo non prevedibile nel 2000, ma autorizzato da una legge dello Stato. Per tal ragione, non potendosi considerare come illecite le condotte successive a quella compiuta nel 2000, la difesa sosteneva altresì che qualsivoglia ipotesi di riciclaggio era in ogni caso ampiamente prescritta.

2. Lo “scudo fiscale”: natura giuridica dell’istituto

Con il termine “scudo fiscale” si fa diretto riferimento ad una forma atipica di condono fiscale, introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento nel 2001 (con il D.L. 350/2001, poi riproposto con caratteristiche affini, nel 2003 e nel 2009), il quale ha istituito un’imposta straordinaria sulle attività patrimoniali e finanziarie detenute al di fuori del territorio nazionale, in violazione delle norme di monitoraggio fiscale e degli obblighi di dichiarazione dei redditi imponibili conseguiti all’estero. In base a tale disciplina, le persone fisiche, gli enti non commerciali, le società semplici e le associazioni equiparate fiscalmente residenti in Italia possono rimpatriare le attività detenute all’ estero attraverso due metodi: il rimpatrio dei mezzi tramite il deposito presso un intermediario residente o per via di una regolarizzazione in base alla quale all’intermediario viene resa soltanto una dichiarazione sulle attività detenute all’estero che ivi possono rimanere.

Appare evidente che l’utilizzo di questo strumento sia di grande impatto sia per i contribuenti che per il Fisco poiché idoneo a sanare non soltanto le violazioni collegate alle norme sul monitoraggio fiscale ma anche quelle di evasione fiscale (e contributiva). Il contribuente non deve dimostrare la diretta provenienza dei mezzi detenuti all’estero in quanto basta che sia ipotizzabile un collegamento astratto tra questi e l’evasione contestata.

Il legislatore ha, col passare del tempo, ampliato il campo di applicazione dello scudo fiscale: mentre, in passato, la commissione di illeciti penali escludeva categoricamente l’accesso a tale strumento; oggi è possibile avvalersi dello scudo anche se il trasferimento dei rispettivi mezzi all’estero si ricollega a reati come l’emissione di fatture false, falso in bilancio, truffa ai danni dello Stato o di altro ente pubblico o bancarotta semplice o fraudolenta, a condizione che il relativo reato sia già estinto, non più punibile o non previsto più come tale dall’ordinamento interno.

Sin dalla sua introduzione, sia in dottrina che in giurisprudenza, sono sorti non pochi problemi interpretativi sulla sua natura giuridica e sulle oggettive difficoltà di inquadramento in una categoria giuridica predefinita.

Esso sembra rientrare nella categoria dei “condoni premiali” in quanto manifestazione atipica della funzione repressiva del diritto, ideato al fine di rimediare ad una situazione antigiuridica laddove gli ordinari mezzi repressivi si siano dimostrati insufficienti. Lo Stato attraverso la promessa positiva di un premio stimola il soggetto trasgressore al fine di cooperare con lo stesso per il perseguimento dell’interesse pubblico alla certa e pronta riscossione dei tributi.

Il “premio” consiste nella preclusione dell’azione di accertamento tributario e contributivo, il cosiddetto scudo, e nell’applicazione di un parametro, maggiormente favorevole, di determinazione del quantum di imposta.

3. Configurabilità del reato di riciclaggio anche se il denaro rientra con lo scudo fiscale

I giudici di legittimità nel ritenere infondato il ricorso hanno evidenziato che quel che rileva ai fini della qualificazione di una determinata condotta come delitto di riciclaggio è la finalizzazione ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del reato, dei beni o delle utilità oggetto delle operazioni poste in essere dall’agente, ancorché le stesse operazioni siano atti dispositivi leciti, autonomi e realizzati a distanza di tempo gli uni dagli altri.

Qui tali atti erano due, il rientro di capitali con lo scudo fiscale e poi l’atto di donazione del denaro, come ultimo atto della sequenza.

La Cassazione ha inoltre puntualizzato che la forma libera del reato di riciclaggio mal si concilia con la preventiva tipizzazione delle condotte che in concreto vengono strumentalizzate al fine precipuo di occultare la provenienza delittuosa. Proprio in ragione di tale evidenza, non è stato accolto l’assunto difensivo secondo il quale il reato di cui all’art. 648 bis c.p. non possa compiersi con atti di disposizione leciti (come lo scudo fiscale) ovvero pubblici (come la donazione). In realtà, ciò che fa ricadere una condotta nella fattispecie in esame non è la liceità o meno dell’atto compiuto quanto la direzione finalistica che a questo viene impressa dal soggetto agente. Ne consegue che la forma libera del reato di riciclaggio consente che quell’effetto di oscuramento possa essere astrattamente realizzato per mezzo di una pluralità di distinti atti leciti, seppur realizzati a distanza di tempo come quelli compiuti nel caso di specie, purchè possano ricondursi ad un obiettivo comune, ossia l’occultamento della provenienza delittuosa del denaro che costituisce il loro oggetto.

In punto di prescrizione, giova precisare che la Corte dopo aver chiarito che il delitto di riciclaggio si atteggia a reato permanente (sul punto, Cass. pen., sez. II, n. 29611 del 27/04/2016), ha stabilito che nell’ipotesi concreta, sviluppata lungo più atti compiuti nel tempo, nel periodo 2000-2015, il reato deve considerarsi consumato con il compimento dell’ultimo atto della sequenza incriminata e dunque, con l’atto di donazione del 14 settembre 2015 così escludendo l’ipotesi che il reato sia da considerarsi prescritto.

Infine, i giudici di Cassazione, hanno precisato che, non è essenziale che il soggetto agente individui ab origine all’interno del suo progetto criminoso i singoli atti che andrà a realizzare per perseguire la finalità di occultamento, ben potendo accadere, come nel caso qui prospettato, che i singoli atti siano individuati nel corso della sua attuazione, in quanto non precedentemente previsti dall’ordinamento giuridico ( qui lo scudo fiscale) e risultino maggiormente idonei al consolidamento dell’acquisizione del provento del delitto.

4. Conclusioni

Uno degli aspetti più controversi che ha sempre ruotato intorno allo strumento dello scudo fiscale è stata la sua possibile attitudine a favorire il riciclaggio di proventi da attività illecite. Già da tempo, in Italia come sul piano internazionale, si è giunti a ritenere che il riciclaggio sia al tempo stesso presupposto e conseguenza dell’esercizio di attività criminali e che, per tal ragione debba essere perseguito con il medesimo rigore dei reati connessi. Di regola, i reati presupposto e il riciclaggio non vengono quasi mai commessi nel territorio dello stesso Stato, poiché il soggetto agente tenderà ad agire in un territorio meno sensibile alle politiche antiriciclaggio. Certamente, sin dalla sua introduzione, il legislatore era ben cosciente che la normativa sullo scudo fiscale sarebbe entrata in conflitto con quella delle misure antiriciclaggio. Il legislatore nazionale ha stabilito una presunzione di provenienza lecita dei mezzi oggetto di rimpatrio o regolarizzati che può essere confutata soltanto attraverso il ricorso agli indizi che trovano applicazione anche nelle situazioni ordinarie. Questo, forse, ha sempre costituito uno degli elementi maggiormente problematici. Stabilire che le operazioni di rientro siano da considerare di per sé lecite significa che solo ove ricorrano indici di sospetto gli intermediari finanziari dovrebbero far scattare l’obbligo di segnalazione; operazione certo non semplice. Alla luce di ciò, appare evidente come le norme sullo scudo fiscale abbiano spesso messo in serio pericolo la capacità dell’ordinamento interno di adempiere agli obblighi internazionali e comunitari in materia di antiriciclaggio.

Col passare del tempo, la Corte ha cercato di limitare quanto più possibile i casi in cui lo scudo fiscale possa “lasciar passare” condotte di riciclaggio ben congegnate e idonee alla perfetta dissimulazione della reale provenienza di quei proventi (cfr. Cass. 49191/2015). Nel perseguire tale intento la Cassazione ha circoscritto i confini dell’impunità penale chiarendo che la non punibilità prevista dalla disciplina dello scudo fiscale va intesa in termini restrittivi e si riferisce solo a quelle condotte strettamente afferenti ai capitali rimpatriati in Italia e non alle diverse somme che non attengono agli importi oggetto di tale beneficio fiscale.

Nella pronuncia in esame, l’approccio della Corte, appare ulteriormente rigoroso perchè le condotte contestate risultano tutte strettamente collegate alla somma oggetto di rimpatrio. In questo senso, si potrebbe parlare quasi di una decisione giacobina che mette in discussione la stessa ratio dello scudo fiscale senza, tuttavia, indicare precisamente nella parte in diritto quali siano le motivazioni logico-giuridiche che hanno indotto il Collegio a qualificare lo scudo fiscale come un’attività di occultamento che potesse agevolare la pratica di riciclaggio.

In conclusione, è chiaro che non è fatto agevole prognosticare l’impatto di questo nuovo orientamento, pertanto saranno determinanti le future pronunce su questo stesso tema.

di Stefania La Bella - Dottoranda in Diritto Tributario Europeo UNIBO

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