Credito d'imposta per DTA ed aggregazioni: problematiche interpretative

di Thomas Tassani e Federico Tarini


1. Le misure normative di trasformazione di DTA in credito d’imposta


Con l’art. 1, co. 233 ss., legge n. 178 del 30/12/2020 è stata introdotta la possibilità di trasformare le attività per imposte anticipate in credito d’imposta, in caso di operazioni di aggregazione aziendale. Il meccanismo agevolativo risulta alternativo rispetto a quello previsto dall’art. 44-bis, d.l. n. 34/2019, che riconosce la trasformazione in credito d’imposta delle c.d. DTA in relazione alla intervenuta cessione di crediti deteriorati.

Essendo differenti i presupposti applicativi, così come le regole di calcolo, le due misure meritano di essere attentamente valutate, potendo determinare un significativo beneficio fiscale.


2. I requisiti soggettivi di accesso al regime di trasformazione in ipotesi di aggregazioni aziendali


Con riferimento al regime di trasformazione delle DTA in crediti d’imposta a seguito di aggregazioni aziendali, si segnalano due problematiche applicative.

La prima riguarda i requisiti soggettivi di accesso, dato che il legislatore ha previsto due fattispecie (ai commi 237 e 238) tra loro apparentemente alternative, la cui interazione non è chiara a livello di dettato normativo.

Ai sensi dell’art. 1, co. 237, l. 178/2020, “le società che partecipano alle operazioni di cui al comma 233 devono essere operative da almeno due anni e, alla data di effettuazione dell'operazione e nei due anni precedenti non devono far parte dello stesso gruppo societario né in ogni caso essere legate tra loro da un rapporto di partecipazione superiore al 20 per cento o controllate anche indirettamente dallo stesso soggetto ai sensi dell'articolo 2359 primo comma, numero 1), del codice civile”.

Ai sensi del successivo comma 238, “Le disposizioni dei commi da 233 a 243 del presente articolo si applicano anche ai soggetti tra i quali sussiste il rapporto di controllo ai sensi dell'articolo 2359, primo comma, numero 1), del codice civile se il controllo è stato acquisito attraverso operazioni diverse da quelle di cui al comma 233 tra il 1° gennaio 2021 e il 31 dicembre 2021 ed entro un anno dalla data di acquisizione di tale controllo abbia avuto efficacia giuridica una delle operazioni di cui al comma 233”.

Nel rapporto tra le due disposizioni, si potrebbe ritenere che il comma 238 deroghi integralmente al comma 237, dovendo quindi operare in ogni ipotesi in cui l’acquisizione del controllo, tra le società oggetto di operazioni di aggregazione, sia avvenuta nel corso del 2021.

Diversamente ragionando, si potrebbe invece ritenere che il comma 238 comunque presupponga che, al momento dell’acquisizione del controllo (che ai sensi del medesimo comma deve avvenire nel corso del 2021), le società interessate non debbano già essere legate tra loro da un rapporto superiore al 20%, secondo i requisiti del comma 237.

A nostro avviso, l’art. 1, commi 233 ss., l. 178/2020 deve essere interpretato nel senso da considerare la fattispecie prevista dal comma 238 alla stregua di una deroga integrale alle condizioni poste dal comma 237 del citato articolo.

In termini letterali, si deve considerare come il comma 238 preveda l’estensione del regime utilizzando la seguente espressione: “le disposizioni dei commi da 233 a 243 del presente articolo si applicano anche ai soggetti …” La locuzione e la scelta della parola “anche”, sono significative nel senso della applicazione del regime a soggetti che ne sarebbero esclusi secondo le condizioni previste dal comma 237.

Ragionando diversamente, inoltre, si giungerebbe a risultati interpretativi ed applicativi del tutto paradossali e non in linea con la ratio normativa.

Ai sensi del comma 237, la condizione della partecipazione non superiore al 20% deve sussistere al momento dell’effettuazione dell’operazione di aggregazione, oltre che nei due anni precedenti.

Se si ritenesse di dover verificare la sussistenza di tali requisiti anche in rapporto alla fattispecie regolata dal comma 238, ne deriverebbe che il beneficio sarebbe riconosciuto solo a quelle società che acquistano il controllo di diritto nel corso del 2021 ma provenendo da una situazione partecipativa inferiore al 20%, addirittura da osservarsi nell’arco dei due anni precedenti.

Tale limitazione non è però ricavabile in alcun modo dal testo della disposizione legislativa e, peraltro, finirebbe per penalizzare eccessivamente situazioni di partecipazione reciproca (ma non di controllo) estremamente diffuse nel tessuto imprenditoriale-societario italiano. Frustrando integralmente lo spirito della norma che è invece quello di sostenere la liquidità delle imprese in un periodo di grave ed eccezionale crisi economica, oltre che di incentivare l’aggregazione aziendale delle società di medio-piccole dimensioni.

3. La cumulabilità dell’agevolazione con il c.d. bonus aggregazioni


Un secondo dubbio interpretativo attiene la compatibilità dell’agevolazione esaminata nel paragrafo precedente con il c.d. bonus aggregazioni di cui all’art. 11 del D.l. 34/2019, convertito con modificazioni dalla l. 58/2019.

In base alla norma da ultimo citata “per i soggetti indicati nell'articolo 73, comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, che risultano da operazioni di aggregazione aziendale, realizzate attraverso fusione o scissione effettuate a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto fino al 31 dicembre 2022, si considerano riconosciuti, ai fini fiscali, il valore di avviamento e quello attribuito ai beni strumentali materiali e immateriali, per effetto della imputazione su tali poste di bilancio del disavanzo da concambio, per un ammontare complessivo non eccedente l'importo di 5 milioni di euro”.

Si assiste ad una potenziale congiunta operatività dell’art. 1, co. 233 ss., l. 178/2020 e dell’art. 11 del D.l. 34/2019 nelle medesime fattispecie, dato che i regimi agevolativi risultano entrambi applicabili alle operazioni di aggregazione societaria realizzate fra il 1° gennaio 2021 ed il 31 dicembre 2021.

Non risultando essere stata espressa, ad oggi, alcuna posizione ufficiale da parte dell’Agenzia delle Entrate sul tema, sussiste una situazione di oggettiva incertezza applicativa.

E’ tuttavia possibile afferare che la soluzione interpretativa più corretta sia quella della piena cumulabilità delle due disposizioni normative in relazione alla medesima fattispecie.

Occorre infatti rilevare che si tratta di norme che prevedono regimi agevolativi del tutto differenti e, quindi, operanti su piani diversi. L’art. 1, co. 233 ss., l. 178/2020 attribuisce al soggetto risultante dalla fusione la possibilità di convertire le DTA pregresse in credito d’imposta, mentre il c.d. bonus aggregazioni di cui all’art. 11, Dl 34/2019 prevede l’affrancamento fiscale gratuito entro un determinato limite quantitativo.

In altre parole, la simultanea applicazione delle due disposizioni non è idonea a determinare alcuna duplicazione di (anche solo analoghi) trattamenti agevolativi. Si assiste anzi alla ordinaria e contestuale operatività di due differenti meccanismi impositivi. Occorre aggiungere che, qualora il legislatore avesse voluto escludere la compatibilità fra le due agevolazioni, lo avrebbero indicato espressamente, così come fatto in altre occasioni.


Prof. Avv. Thomas Tassani - Ordinario di Diritto Tributario Alma Mater Studiorum Università di Bologna


Dott. Federico Tarini - Dottorando in Diritto Tributario Europeo Alma Mater Studiorum Università di Bologna

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