Cessione di lista clienti: azienda o singolo "bene"?

Commento ad Ag. Entrate, Ris. n. 466 del 04/11/2019 - di Stefania La Bella




1. Il caso


In risposta ad un interpello, l’Agenzia delle Entrate, con la recente Risoluzione n. 466 del 4 novembre 2019, ha chiarito che la cessione della lista clienti assume rilievo ai fini Iva quale cessione di un singolo bene.

Nel caso in esame, l’Istante rappresenta una società che opera nel campo del noleggio di beni mobili, indirettamente controllata dalla società Alfa, non residente in Italia e capogruppo di un gruppo societario. Quest’ultimo è presente in Italia tramite alcune stabili organizzazioni di società estere e per mezzo di alcune società di capitali italiane direttamente o indirettamente controllate. Nell’ambito di una complessa operazione di remarketing la società Istante cede alla Joint Venture italiana il proprio portafoglio clienti.

A parere dell’Istante, il portafoglio clienti è già di per sé sufficiente a consentire alla Joint Venture di svolgere il servizio di intermediazione diretto alla conclusione dei contratti di noleggio. Per tal ragione, essa asserisce che il trasferimento della lista clienti è da considerarsi quale cessione di ramo di azienda assoggettabile ai fini dell’imposta di registro, con aliquota proporzionale del 3% ed esclusa dal campo di applicazione dell’imposta sul valore aggiunto, a mente di quanto previsto agli artt. 2 e 3 D.P.R. 633/1972, non potendola qualificare come cessione di un singolo bene la quale, invece, prevede l’applicazione dell’Iva con aliquota ordinaria del 22%.

Secondo l’Agenzia delle Entrate, invece, l’esatta qualificazione giuridico-tributaria della cessione del portafoglio clienti è quella di cessione di un singolo bene. Pertanto, non ritiene applicabile l’esclusione dal campo di applicazione Iva ex. art. 2 D.P.R. 633/1972 e, quindi, l’imposta di registro si applicherà in misura fissa ai sensi dell’art. 40 del D.P.R. 131/1986.


2. La natura giuridica della cessione del portafoglio clienti


Per rispondere al quesito, il ragionamento dell’Agenzia prende le mosse dal corretto inquadramento giuridico della cessione del portafoglio clienti.

L’Agenzia delle entrate aveva già avuto modo di approfondire una questione analoga riguardo la cessione della clientela da parte di uno studio professionale (Risoluzione n. 108/E del 29 marzo 2002). Essa aveva affermato che il trasferimento a titolo oneroso della clientela non rappresenta una cessione di beni bensì configura un’assunzione di obblighi di fare e di non fare, pertanto soggetta ad Iva ex. art. 3 D.P.R. 633/1972. Ciò in quanto si crea un rapporto di tipo meramente obbligatorio ove il cedente, a fronte di un corrispettivo, si impegna a favorire il cessionario acquirente nella prosecuzione del rapporto con la vecchia clientela.

Detta impostazione risulterebbe coerente anche con la ricostruzione giurisprudenziale di azienda e con la relativa definizione civilistica ex. art. 2555 del Codice Civile i cui elementi qualificanti sono l’“organizzazione”, i “beni” e “per l’esercizio dell’impresa”, comprendendo al suo interno anche le cessioni di complessi aziendali relativi ai singoli rami d’azienda.

Con sentenza del 5 marzo 2014 n. 5087 la Suprema Corte a Sezioni Unite si è occupata di risolvere una questione di particolare importanza, già ampiamente dibattuta, che attiene alla possibilità di acquistare l’azienda per usucapione. Secondo la Corte di Cassazione, “la possibilità di acquistare l’azienda per usucapione è questione strettamente connessa a quella, più generale, della natura dell’azienda, oggetto in dottrina di un dibattito molto risalente nel tempo e mai sopito”. A tal proposito, la Corte ha avuto modo di esprimere una concezione “oggettivata” di azienda, la quale senza porre fine al suo collegamento finalistico e organizzativo con l’attività di impresa, assume una propria autonomia di “cosa” quale possibile oggetto di rapporti giuridici e di diritti. Occorre, quindi, a parere della Corte, separare il concetto di azienda intesa come cosa, dall’insieme dei singoli beni e dall’esercizio dell’impresa al fine di considerare l’azienda come una universalità di beni equiparabile ad una “universitas rerum” ai sensi dell’art. 816 del codice civile.

Alla luce di tali considerazioni, la cessione deve riguardare non i singoli beni che compongono l’azienda ma l’universitas di beni materiali, immateriali e dei “legami” giuridici e di fatto esistenti tra gli stessi, al fine di consentire l’esercizio dell’attività di impresa.

Non rileva, per tal ragione, individuare il mero complesso di beni affinché si possa parlare di azienda bensì è necessario che gli stessi beni risultino legati tra loro e che sia presente la destinazione funzionale del loro insieme per l’espletamento dell’attività di impresa.

Per potersi individuare una cessione d’azienda o di ramo d’azienda, quanto ceduto deve essere rappresentato da un insieme di per sé finalizzato all’attività di impresa, autonomamente idoneo sia per l’inizio sia per la prosecuzione di quella determinata attività da parte del cessionario.

Chiarito questo concetto, occorre adesso considerare in che modo sia possibile distinguere tra cessione d’azienda e cessione di singoli beni.

La Corte di Cassazione ha affermato che la diversificazione tra un atto di cessione di singoli beni aziendali, assoggettabili ad Iva, e un atto di cessione di azienda, soggetto ad imposta di registro, non può basarsi esclusivamente sull’esame della volontà delle singole parti. Risulta, invece, necessario verificare, dal punto di vista oggettivo, se “i beni oggetto di cessione siano dotati di un’effettiva ed autonoma organizzazione tale da renderli idonei, nel loro complesso, allo svolgimento dell’attività produttiva” (Cass. sentenza 8 maggio 2013 n. 10740). Il portafoglio clienti costituisce un asset patrimoniale fondamentale per ogni azienda e rappresenta l’insieme dei suoi clienti e delle conoscenze correlate che ne conseguono. Esso è strettamente collegato al concetto di avviamento inteso quale capacità competitiva di un’impresa sul mercato.

Non potendo integrare la struttura aziendale, la lista clienti può essere trasferita integralmente anche in via separata dall’azienda in quanto bene avente un’autonoma valutazione economica.


3. Conclusioni


In conclusione, si ritiene coerente l’impostazione dell’Agenzia, nel caso concreto, ove la cessione di portafoglio clienti è qualificabile giuridicamente e fiscalmente quale cessione di un singolo bene in quanto la mera lista non è di per sé configurabile quale effettiva organizzazione idonea, nel suo complesso, allo svolgimento di attività produttiva.

Ad oggi la posizione dell’Agenzia risulta in linea con l’orientamento giurisprudenziale di matrice nazionale e unionale, secondo cui un’operazione di cessione della lista clienti può essere considerata quale cessione di ramo di azienda solo ed esclusivamente ove il pacchetto clienti sia connotato da un “quid pluris” il quale comporti che, se interamente considerato, costituisca già di per sé un complesso organico dotato di autonoma potenzialità produttiva (Cass, n. 897/2002).

Nel caso qui prospettato la lista clienti non appare quale compendio di beni tale da assicurare l’inizio o la prosecuzione dell’attività produttiva senza una cospicua ed imprescindibile integrazione da parte della Joint Venture italiana.

Pertanto, nel caso concreto, l’operazione di cessione della lista clienti risulterà imponibile ai fini Iva, con applicazione dell’aliquota vigente e soggetta all’imposta di registro in misura fissa ex art. 40 comma 1 d.P.R r. 131/1986.


Stefania La Bella - Dottoranda di Ricerca di Diritto Tributario Università di Bologna

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